Orari di apertura: Lun-Dom 9.00-20.00
Reso celebre dal romanzo Cristo si è fermato ad Eboli, il piccolo paese di Aliano accolse il giovane Carlo Levi (1902-1935) per una decina di mesi, in seguito alla condanna al confino inflitta dal regime per il suo ruolo di primissimo piano nell’antifascismo piemontese di Giustizia e Libertà.
Quando, nel settembre del 1935, Levi vide per la prima volta questo luogo, che sempre comparirà nel romanzo con la denominazione di Gagliano, ad imitazione della pronuncia locale, ne ebbe una prima impressione spiacevole, come descrisse lui stesso fin dalle prime pagine:
“A Gagliano la strada finisce. Tutto mi era sgradevole: il paese, a prima vista, non sembra un paese, ma un piccolo insieme di casette sparse, bianche, con una certa pretesa nella loro miseria. Non è in vetta al monte, come tutti gli altri, ma in una specie di sella irregolare in mezzo a profondi burroni pittoreschi; e non ha, a prima vista, l’aspetto severo e terribile di tutti gli altri paesi di qui. C’è, dalla parte da cui si arriva, qualche albero, un po’ di verde; ma proprio questa mancanza di carattere mi dispiaceva.
Ero avvezzo ormai alla serietà nuda e drammatica di Grassano, ai suoi intonaci di calce cadente, e al suo triste raccoglimento misterioso; e mi pareva che quell’aria di campagna con cui mi appariva Gagliano, suonasse falso in questa terra che non è, mai, una campagna. E poi, forse è vanità, ma mi pareva stonato che il luogo dove ero costretto a vivere non avesse in sé un’aria di costrizione, ma fosse sparso e quasi accogliente; così come al prigioniero è di maggior conforto una cella con inferriate esuberanti a una camera normale. Ma la mia prima impressine era soltanto parzialmente fondata […] La campagna che mi pareva di aver visto arrivando, non si vedeva più; e da ogni parte non c’erano che precipizi di argilla bianca, su cui le case stavano come librate nell’aria; e d’ognintorno altra argilla bianca, senza alberi e senz’erba, scavata dalle acque in buche, coni, piagge di aspetto maligno, come un paesaggio lunare.”i
Più difficile è invece trovare dei passaggi del testo che descrivano i paesaggi notturni, probabilmente a causa del divieto, cui erano soggetti i confinati, di restare all’aperto durante le ore notturne.
Solo un paio se ne individuano all’interno del romanzo e sempre ritorna la stessa sensazione di estraneità e smarrimento, emersa al momento dell’arrivo e protrattasi per gran parte della narrazione.
“Brillano le prime stelle, scintillano di là dall’Agri i lumi di Sant’Arcangelo, e più lontano, appena visibili, quelli di qualche altro paese ignoto, Noepoli forse, o Senise. La strada è stretta, sulle porte stanno seduti i contadini, nel buio che sale. Dalla casa del morto giungono i lamenti delle donne. Un brusìo indistinto mi gira attorno in grandi cerchi, e di là c’è un profondo silenzio. Mi par d’essere caduto dal cielo, come una pietra in uno stagno.”ii
E ancora,
“I contadini risalivano le strade con i loro animali e rifluivano alle loro case, come ogni sera, con la monotonia di una eterna marea, in un loro oscuro, misterioso mondo senza speranza. Gli altri, i signori, li avevo ormai fin troppo conosciuti, e sentivo con ribrezzo il contatto attaccaticcio della assurda tela di ragno della loro vita quotidiana; polveroso nodo senza mistero, di interessi, di passioni miserabili, di noia, di avida impotenza e di miseria.
Che cosa ero venuto a fare quaggiù?
Il cielo era rosa verde e viola, gli incantevoli colori delle terre malariche, e pareva lontanissimo […]
Le ore passavano, il sole calava, le cose prendevano l’incanto del crepuscolo quando gli oggetti pare risplendano di luce propria, interna, non comunicata. Una grande luna esile, trasparente, irreale, stava sopra gli ulivi grigi e le case, nell’aria rosata, come un osso di seppia corroso dal sale sulla riva del mare. Ero, in quel tempo, molto amico della luna, perché per molti mesi, chiuso in una cella, non avevo veduto la sua faccia, e il ritrovarla era per me un piacere nuovo. Perciò la dipinsi, in segno di saluto e di omaggio, rotonda e leggera in mezzo al cielo”iii
A questa rappresentazione si contrappone, in parte, solo l’esperienza vissuta nei giorni finali della permanenza ad Aliano, che Carlo Levi descrisse con l’immagine simbolica del seme che germoglia e ritorna alla vita. La si ritrova, in quegli stessi anni, anche in altri testi, ed evoca la possibilità di una nuova nascita, l’elaborazione di un’alternativa alla paura del futuro e al terrore della guerra imminente.
“Mi pareva di essere staccato da ogni cosa, da ogni luogo, remotissimo da ogni determinazione, perduto fuori del tempo, in un infinito altrove. Mi sentivo celato, ignoto agli uomini, nascosto come un germoglio sotto la scorza dell’albero: tendevo l’orecchio alla notte e mi pareva di essere entrato, d’un tratto, nel cuore stesso del mondo.”iv
i Cit. tratta da Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Torino: Einaudi, 1925, pp. 6-7.
i Ivi, p. 17.
i Ivi, pp. 53-54, 63-64.
i Ivi, p. 196.