L’orologio – gufo

Carlo Levi , 1950 , Palazzo Lanfranchi

Il dipinto non raffigura in modo letterale un notturno bensì un oggetto, anche se bizzarro, composto da un orologio che racchiude al proprio interno la figura di un gufo. Per interpretare questo soggetto dobbiamo rivolgerci a una fonte letteraria dello stesso autore, intitolata appunto L’orologio, pubblicata nello stesso anno 1950 nel quale fu realizzata la tela qui proposta.
All’inizio del romanzo la rottura di un cronometro Omega, donato all’autore dal padre, e la ricorrente figura del gufo simboleggiano il conflitto tra il tempo storico, segnato dalla crisi politica del 1945, e una temporalità arcaica e mitica. L’orologio rotto, che continua a ticchettare, rappresenta il “tempo matematico” della storia e del passato che si ferma, mentre il gufo incarna lo sguardo penetrante e saggio sul presente. Tornano così alla memoria le parole di Pablo Neruda che, descrivendo Levi, utilizzò proprio l’immagine di questo animale:

“Carlo Levi era un gufo, aveva gli occhi scrutatori dell’uccello della notte.”i

Tra le righe di questa vicenda autobiografica emergono, nel testo come nel quadro, anche i contorni di una città che affiora e che qui si intravede nell’architettura classica posta sullo sfondo. Concedeteci la libertà di identificarla con la capitale, che funge da ambientazione anche alle vicende narrate nel romanzo, e accostiamoci così alla magnifica descrizione che Levi fornisce delle notti romane nelle prime pagine della sua opera autobiografica:

“La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni. Un mormorio indistinto è il respiro della città, fra le sue cupole nere e i colli lontani, nell’ombra qua e là scintillante; e a tratti un rumore roco di sirene, come se il mare fosse vicino, e dal porto partissero navi per chissà quali orizzonti. E poi quel suono, insieme vago e selvatico, crudele ma non privo di una strana dolcezza, il ruggito dei leoni, nel deserto notturno delle case.
Non ho mai capito che cosa producesse quel rumore. Forse invisibili officine, o motori di automobili sulle salite? O forse il suono nasce, più che da un fatto presente, dal fondo profondo della memoria, quando fra il Tevere e i boschi, sulle pendici solitarie, si aggiravano le belve, e le lupe allattavano ancora i fanciulli abbandonati?
Tendevo l’orecchio ad ascoltare, e scrutavo nel buio, sopra i tetti e le altane, in quel mondo pullulante di ombre; e il suono penetrava in me come un’immagine infantile, spaventosa, commovente ed arcana, legata a un altro tempo. Anche nato da macchine è un suono animalesco, che par venire da viscere nascoste o da gole aperte invano a cercare una parola impossibile. Non è il suono metallico dei tram notturni nelle curve, lo stridere lungo ed eccitante dei tram di Torino, grido dolente ma fiducioso di quelle notti operaie nell’aria fredda e vuota. È un rumore pieno d’ozio, come uno sbadiglio belluino, indeterminato e terribile.
Lo si sente da tutte le parti della città. Lo avevo ascoltato la prima volta, tanti anni or sono, penetrare dalle inferriate di una cella di Regina Coeli, insieme agli urli dei malati e dei pazzi dell’infermeria, e a un lontano battere di ferri; pareva allora il respiro di quella libertà misteriosa che pur doveva esistere, fuori. E lo ascoltavo ora, pochi mesi dopo la liberazione, da una stanza alta su via Gregoriana, porto effimero e provvisorio in quei tempi di mutamenti, secondo che ci conduceva, qua e là, un provvidenziale destino.”ii

 

i Cit. tratta da Gigliola De Donato, Sergio D’Amaro, Un torinese del sud. Carlo Levi: una biografia, Milano: Baldini Castoldi Dalai, 2005, p. 201.

ii Cit. tratta da Carlo Levi, L’orologio, Torino: Einaudi, 1950, p. 1.

  • Carlo Levi
  • Piazzetta Pascoli, 1, 75100 Matera MT
  • Dipinto
  • Pennello ad olio
  • l. 128
  • 46,2x33,5
  • Musei nazionali di Matera

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